Guèrnemènte | | Giuseppe Gentile |
Guèrnemènte, n.m. (pl. guèrneménte) - Finimento, ogni elemento della bardatura per gli animali da sella, da soma e da tiro. I finimenti venivano realizzati dai sellai, sullère, artigiani scomparsi a Serracapriola, e utilizzati dai contadini per i lavori nei campi e per gli spostamenti e dai carrettieri, trèinire, per i servizi da trasporto. I cavalli da cavalcare avevano finimenti essenziali: la cavezza, spesso decorata con borchie di ottone, le redini, eleganti selle di cuoio con le staffe, corredate dal sottopancia e dal pettorale. Per gli animali da soma, come i muli e gli asini, i basti, mmàste, erano rozzi e pesanti, tenuti fermi sul dorso dell’animale con il sottopancia, sottèpanze, e l’imbraca vrèche, perché, oltre a reggere il contadino, dovevano sostenere, appesi ai lati del basto, eventuali pesi legati a corde, gnàcquele, o la bisaccia, vusazze, con le due tasche. Per il tiro pesante al carretto, trèine, dove veniva utilizzato il cavallo, i finimenti erano la cavezza, il collare, il sellino, l’imbraca, il sottocoda. La cavezza, chèpézze, cingeva la testa dell’animale a mo’ di museruola, formata da strisce di cuoio, curème, fino ad arrivare nel porta morso delle briglie, rétene. Attaccati alle strisce, ai lati degli occhi, vi erano i paraocchi, pèrèócchje. Il collare, cullère, imbottito di paglia o crine e ricoperto di cuoio, s’infilava al collo dell’animale. Aveva ai lati due assi di legno con asole, pijunghe (con due anelli dove passavano le redini) da cui partivano due robuste corde di canapa rivestite di cuoio, a cappio, fesckèle, che venivano fissate alle stanghe del carro mediante dei cunei di legno, lòzze. Il sellino, vèrdèlle, portava davanti un’alzata borchiata, decoratissima, a forma di scudo, in rame sbalzato o alpacca con le iniziali del nome e cognome del proprietario. Già assicurato all’animale con una grossa cinghia di cuoio, sottèpanze, anche il sellino veniva attaccato alle stanghe del carro con robuste fasce di cuoio. l’imbraca, vrèche, formata da grosse strisce di cuoio, fasciava la groppa e le cosce posteriori dell’animale. Completava la bardatura il posolino o sottocoda, strècchèle, striscia di cuoio che passava sotto la coda del cavallo; un opzional, che si usava spesso con il calesse, chinghe. Quando si andava in pellegrinaggio ai santuari chi trèjne e i scèrèballe i cavalli venivano vestiti a festa con sonagliere e i finimenti tirati a lucido, addobbati con piume colorate e cu tuppe, un fiocco di pelo di faina, posto in cima al collare. Dopo una giornata di lavoro al cavallo nella stalla, liberato dai finimenti, si metteva ‘u chepezzóne, sorta di rozza cavezza per tenerlo legato alla mangiatoia. ‘U ciucce chè nnè viste mè vrèche nà vóte cà viste c’é chèchète (l’asino che non ha mai visto l’imbraca, la prima volta che la vede se la fa sotto per la gioia); ‘u ciucce crésce e ‘u mmàste èmmànghe (l’asino cresce e il basto si restringe); in senso figurato: è chiaro che ai bambini non stanno più bene gli abiti dell’anno precedente. Eufemismo: strècchèle con il significato di péne; chèlè ‘u strècchèle (sedurre, penetrare la donna o raggirare, imbrogliare qualcuno). 

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