È stata la scritta che, con grafia eteroclite, ha indicato all'intera cristianità, fino all'anno1687, il sepolcro del martire Fortunato nelle catacombe romane di Papa Ponziano.
  San Fortunato aderì con slancio al Cristianesimo vivendo con amore il suo impegno nella chiesa di Roma. Il martirio lo colse intorno all'anno 255 dell'era cristiana durante la persecuzione mossa dall'Imperatore Massimino il Trace. Dal martirio fiorì per San Fortunato una nuova vita con altri colori ed altri vigori.
  Nella tomba del santo, accanto ai suo resti, vennero rinvenute un'ampollina con il suo sangue ed una lucerna, adagiatevi dalla "pietas" di chi diede a Fortunato sepoltura onorata. Ampolla e lucerna sono la prova certa che Egli fu martirizzato (i due oggetti erano i segni vivi che diversificavano le tombe dei martiri dalle comuni sepolture).
  La sua sepoltura nel cimitero papale lascia ipotizzare che in vita il martire abbia avuto consuetudine con la famiglia stessa del ponteflce che, per onorarne degnamente la memoria, fece inumare le spoglie del martire nel proprio cimitero privato. Affrontando il martirio San Fortunato dettò un documento della sua fede sicura e profonda che ripaga tutti i devoti dell'assenza totale di notizie intorno alla sua vita terrena: non una cronaca, non una lettera, non una memoria, niente. Il poco che di lui si è riusciti a mettere insieme lo si deve ai documenti della sua esumazione, al passaggio delle sue reliquie ed alle testimonianze delle tante sue "presenze" fra la gente raccontate e tramandate nei tempi dal popolo.

La traslazione (da Roma in Sicilia)
  Per volontà del Pontefice Innocenzo XI, il corpo di san Fortunato venne rimosso dalle catacombe ponziane nel 1687. Il 5 marzo dello stesso anno, le reliquie vennero donate al Cardinale Fortunato Carafa. Questi, il 19 aprile1687, le destinò al nipote Carlo, signore del Principato siciliano di Butera e Roccella. Il 20 gennaio1697, i resti mortali del santo erano in possesso dell'Eccellentissimo Federico, un discendente Carafa. Proprio per successione Carafa (1704), dalla provincia nissena l'urna del martire arrivò in Terra d'Abruzzo. Ad ereditarla fu il secondo genito di Diego e di Francesca Carafa, Cesare Michelangelo d'Avalos, marchese di Vasto e Signore feudale di Serracapriola.

"Da Vasto a Serracapriola"
  Nell'Intento di prodigarsi per il "maggior bene spirituale e temporale" della sua terra e dare ai serrani il santo protettore "scelto da Dio" Cesare d'Avalos destinò il corpo del martire alla chiesa di santa Maria in Silvys. Il relativo provvedimento d'assegnazione venne firmato a Vasto il 25 agosto1726. E da Vasto le reliquie di san Fortunato, adagiate in una lettiga adorna di fiori, partirono alla volta di Serracapriola il 20 Settembre1726. Le accompagnavano Giovanni Battista da Colorno, predicatore cappuccino, padre Alessandro Pompeo Berti, della Congregazione della Madre di Dio ed un drappello di Soldati feudali. Dopo la sosta notturna a Termoli, via Campomarino, Santuario Madonna di Colloredo, San Fortunato giunse in Serracapriola.
  Era il 21 Settembre1726.

La devozione al Santo
  L'incontro ufficiale di Serracapriola con le reliquie del martire ponziano avvenne nei pressi della SS. Trinità (in quei tempi, fuori dall'abitato) ove era convenuta una moltitudine di persone "natii e forestieri".
  Sin dal suo primo apparire nella comunità serrana San Fortunato riscosse favori e consensi che affascinarono negli anni intere generazioni. La sua "presenza" fra i serrani fu subito tangibile: "un figliuolo di anni sette...per la calca delle genti precipitò dentro un'alta fossa" di calce viva situata nei pressi della SS. Trinità e miracolosamente restò illeso. Dalla SS. Trinità l'urna raggiunse in corteo la collegiata di Santa Maria in Silvys: intorno al sacro sito si radunarono i fedeli che tributarono al santo preghiere ed onoranze per tutta la notte. Il giorno successivo la "cassa di cristallo" chiusa con "due portelline e suoi cancelli di ferro dalla parte posteriore e anteriore acciò si potesse venerare dai fedelit" fu collocata sotto l'altare maggiore. La presenza del martire a Serracapriola favorì la rapida diffusione del suo culto fra la popolazione che pure già confidava nella protezione celeste di San Mercurio - patrono principale - e San Berardino, compatrono. Fin da quei lontani momenti, San Fontunato ha scandito e scandisce la vita cittadina, nella letizia e nel dolore. Tutte le generazioni, dal secolo XVlll in poi, si sono avvicendate e si avvicendano nella chiesa per venerare i resti mortali perché egli, con la sua costante presenza, ha santificato e santifica questa terra, eleggendo a propri fratelli coloro che a lui si sono affidati e continuano ad affidarsi.
  La devozione iniziale al Santo crebbe tanto nel cuore dei serrani che il vescovo diocesano Scipione de Laurentiis, il 25 aprile1761 proclamò il mantire patrono "minus principalis" di Serracapriola.
  Il 21 gennaio1820, mons. Raffaele Lupoli, vescovo di Larino, alla cui diocesi Serrracapriola appantenne fino al 1972, trasferì il corpo del mantire dalla primitiva urna, divenuta squallida "per vetustà di tempo", in un'altra più elegante.
  L'urna attuale, d'argento massiccio con cristalli, venne "sponsorizzata" da don Giuseppe Arranga, arciprete - parroco di Santa Maria in Silvys dal 1839 al 1869, e fu benedetta il 25 aprile 1866 dal vescovo Francesco Giampaolo. Essa riempie I'animo dei devoti, che intorno le si stringono, di amore, di fede e di giubilo.
  Il 9 Luglio1844 Papa Gregorio XVI privilegiò l'altare maggiore di santa Maria in S. dell'indulgenza plenaria e il Pontefice Pio XI, con bolla del 15 Maggio 1855, concesse altra indulgenza a quei fedeli che "confessati e comunicati" visitassero con devozione la chiesa nei giorni della vigilia e della festa del santo Mantire.

I festeggiamenti
  Dal loro arrivo a Serracapriola le reliquie di San Fontunato, eccettuata una breve parentesi, furono custodite sotto la mensa dell'altare maggiore fino al 1974, anno in cui vennero trasferite nella cripta costruita sotto il presbiterio della collegiata dal parroco Adamo d'Adamo.
  Dal l° Maggio alla prima Domenica di Ottobre, esse tornano solennemente alla pubblica venerazione sull'altare maggiore addobbato ed inondato di luci e di fiori.
  Nella cultura locale san Fontunato è la festa per antonomasia: ora come in passato, essa è gestita da un "comitato" che raccoglie i fondi tra i fedeli e ne definisce, insieme col parroco, i dettagli religiosi e civili che vengono solennizzati in tre giornate (dal sabato, al lunedì) seguendo l'evolversi dei tempi ed il modus vivendi della popolazione.
  La prima festa "esterna" in onore del martire si solennizzò nel 1751 (si spesero ducati 29,05) con parati "messa in musica, panegirico, processione e spari alla mattina con passeggi e corse di cavalli e di bricchi al giorno, e con bande, luminarie, palloni aerostatici e fuochi pirotecnici alla sera: il tutto sempre rallegrato dal festoso squillo di campane".
  Da quei lontani tempi la festa, perpetuando lo stesso rituale, ma con un crescendo continuo, è diventata la più toccante della città per devozione e sobrietà tanto che, già nel 1854, venne definita dai memorialisti locali "la più pomposa ed accorsata" fra le solennità religiose serrane.
  Nel1960 venne celebrato il bicentenario  Della festa se ne intenessò anche la RAl -Tv che nel TG notte del 1° Giugno1960 ne irradiò una breve cronaca registrata. Nel 1985, da un'idea di don Michele Leccisotti, all'epoca stimato parroco di Santa Maria, è stato celebrato il primo venticinquesimo del tricentenario della proclamazione di san Fontunato a compatrono. Fastose anche quelle celebrazioni che registranono la presenza a Serracapriola del Cardinale Giuseppe Caprio.

L'asta
  Il giorno della processione, devoti giovani e meno giovani, mettono mano ai loro rispanmi, per partecipare all'asta del Santo (a' subbaste).
  Gestita dal Presidente del comitato festa, essa viene celebrata con il Sistema atipico del cerino e vede sbandierate impontanti cifre per l'aggiudicazione della gara. Anticamente si conquistava il privilegio offrendo beni in natura, genenalmente tomoli di gnano.
  I rappresentanti delle squadre partecipanti "alla lotta" lanciano le proprie bordate con voci taglienti che divengono necessariamente acrobatiche quando la tremula fiammella del cerino agonizzante, spegnendosi, sigla l'attribuzione della vittoria alla squadra che si trova a proporre l'offerta più vantaggiosa. I vincitori guadagnano così l'ambito privilegio di portare per le vie del paese l'urna del Santo a processione. Ad essa vi partecipano, oltre alle autorità municipali col gonfalone, i Padri Cappuccini del locale Convento ai quali, nel perdurare di un'antica tradizione, è riservato l'onore di reggere i fiocchi dell'urna santa

L'ultima riforma dell'urna (1866)
  Alla riforma dell'urna effettuata il 25 Aprile1866 alla presenza del vescovo di Larino, Francesco Giampaolo, la voce popolare ha legato un racconto che mette a fuoco tutta la "potenza" di San Fontunato.
  Mentre le reliquie del mantire ponziano venivano immesse nella nuova custodia d'argento, il Vescovo Giampaolo ne prelevò una per sè. Sulla strada del ritorno a Larino, residenza diocesana, la carrozza vescovile fu percossa da "grandine e tempesta" improvvisamente nate dal fondo di un giorno nato e vissuto azzurro. Nell'accaduto il Giampaolo lesse un "segno" del santo. Rotto il viaggio, monsignore se ne tornò a Santa Maria in Silvis e restituì all'urna la reliquia presa. Fuori programma a festa per le campane della Chiesa serrana che chiamarono a raccolta i fedeli ai quali lo stesso prelato confessò coraggiosamente l'accaduto. A racconto concluso, il tempio risuonò intensamente delle voci delle preghiere dei devoti. (Per l'assenza di fonti scritte, questo episodio, tramandato oralmente, non è convertibile in memoria storica).

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Già vescovo di Capaccio e Vallo (oggi Vallo della Lucania, inprovincia di Salerno), GIAMPAOLO fu traslato alla sede di Larino il 20 giugno 1859 (nomina negia, 2 maggio 1859).
  Nel 1887 motivi di salute lo indussero a chiedere al Pontefice Leone Xlll di poter rinunciare al governo diocesano. L'istanza di dimissione fu accolta il 9 Aprile1888. Per le difficoltà incontrate dal successore designato alla cattedra larinate (mons. FIONl), cui fu negato il "Regio Exequatur", mons. Giampaolo continuò a reggere la diocesi larinate come "amministratore apostolico" fino al 1891, anno in cui si congedò definitivamente da ogni incarico.
  Nei momenti in cui l'ltalia viaggiava verso la propria identità nazionale, mons. Giampaolo, "esempio raro di Vescovo patriota", fu "sempre alla testa del movimento italiano del Circondario di Larino". Per modestia somma rifiutò la nomina a Senatore del Regno d'ltalia, più volte offertagli dai notabili del tempo.
  L'8 dicembre l898, mons. Giampaolo si spense a Ripalimosani, nei pressi di Campobasso, cittadina ove era nato il 25 Giugno l817.

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L'addobbo
  "Per un misterioso disegno della Provvidenza, San Fortunato è stato dato a voi come vostro advocatus presso Dio. E quanto valida ed efficace sia la sua intercessione, lo dimostrano gli innumerevoli fatti meravigliosi e l'evidente protezione di cui il vostro paese e le vostre famiglie hanno goduto e continuano a godere dalla sera del lontano 1726 (21 Settembre, n.d.r.) - quando le sue reliquie oltrepassarono la Portella del paese".
  (Cardinale Giuseppe Caprio, Omelia del 27 maggio 1985 a Serracapriola).

Il braccio-reliquiario
  Voluto e sovvenzionato dal sacerdote serrano IGNAZIO MINICHIZZI il "Braccio" è stato realizzato nel 1760. Il 23 aprile 1761, nel suo grembo, esso ha accolto una teca d'argento con una reliquia del martire, autenticata dal Vescovo di Larino, mons. SCIPIONE de LAURENTllS (1747-1772).
  La custodia inserita nel reliquiario è stata riformata nel l920, il "braccio" ha subito due restauri importanti: nel 1969 a Napoli e nel 1979, a Milano.
  Per le virtù taumaturgiche manifestate nel volgere degli anni, il reliquiario viene portato a processione per il bene del paese ed al capezzale degli infermi che lo invocano ardentemente per guarire.