LE REGOLE del dialetto serrano
Chèle-e-scigne
Giuseppe Gentile

Chèle-e-scigne, n. s.m. – Saliscendi. Chiusura rustica composta da un’asta che, fissata al battente di una porta o piccola finestra, consentiva di bloccarla ad un fermo. Una cordicella agganciata alla spranghetta e passata da un foro esternamente alla porta, tirata verso il basso, consentiva di sbloccarla dal fermo e aprire. L’accostamento sequenziale delle due azioni spiega l’etimo del vocabolo. U chèle e scigne aveva la sua funzione precipua per porticine (chètèràtt) di accesso a stalle, cantine o ripostigli. Spesso si usava mettere anche un’altro tipo di chiusura molto più semplice a Nèticchje, un’asticina di legno o ferro, che bucata al centro, veniva fissata al telaio. Bastava girarla per aprire e chiudere le porticine povere. Questa piccola chiusura si usava anche per le antine dei mobili da cucina come la madia (mènse). Anticamente, u chèle e scigne, di fattura semplice, era di legno, poi venne forgiato anche in ferro dai nostri fabbri.
In seguito ebbe un’evoluzione meccanica più complessa: un’asta sporgente (che sostituiva la cordicella), abbassata a mo’ di leva, consentiva di aprire la porta. Queste serrature, per chi non aveva problemi di privacy, venivano messe anche alle porte delle stanze interne alle abitazioni. Nel centro storico di Serracapriola in via S.Antonio Abate la vecchia casa di Nestore Finizio (1887-1967), lesionata dal terremoto e puntellata, non avendo subito nessuna modifica nel tempo, conserva tutte le porte interne munite di chèle e scigne di ferro.
In altri modelli più evoluti, per porticine, antine e piccole finestre, a chiusura obbligata soltanto dall’interno, una molla consentiva di far tornare la piccola serratura, una volta assolta la sua funzione, automaticamente al punto di partenza.
Un discorso a parte va fatto per le serrature (mèsckèture) munite di grosse chiavi. Esse erano applicate alle porte d’ingresso delle abitazioni che venivano ulteriormente assicurate con chiavistelli sbèrrune e spontèpède. Di notte per maggiore sicurezza, per bloccare la porta d’ingresso, s’infilava dall’interno un solido travicello di legno (a vàrr) negli appositi buchi ai lati degli stipiti. Per i negozi, cantine e locali adibiti a deposito, oltre a chiudere l’ingresso munito di serratura con grosse chiavi (la chiave del negozio di Giulio Gentile era lunga cm 25) si sovrapponeva un grosso lucchetto, u mèsckettóne. Le porte più leggere, come le vetrine dei bassi e degli stessi negozi, o i portoncini, venivano assicurati con serrature più piccole chiuse dè i chjèvine.




























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